Ben ritrovati cari lettori di Libera Genova. Siamo arrivati a questa newsletter di giugno riaprendo lo spazio alla Memoria, come abbiamo cercato di fare in tutti i mesi precedenti a partire da gennaio di quest’anno.
Ma questa volta vogliamo portare alla vostra attenzione il racconto di alcune storie di vittime di mafia che, come altre, in un passato non troppo recente, hanno mostrato il livello di crudeltà e di mancanza di rispetto della vita e della dignità umana da parte di soggetti criminali il quale unico interesse è stato il proprio arricchimento illecito personale o quello dell’ organizzazione di appartenenza, ma anche l’affermazione del potere di condizionamento, dell’intimidazione, del terrore, della supremazia e del non rispetto delle regole e leggi di uno Stato di diritto.
Oggi taluni sostengono che sarebbe opportuno rieducare tali personaggi contestualmente all’espiazione della loro pena inflitta, ma si dovrebbe convenire che il momento rieducativo ha sempre bisogno della presenza e della condivisione di due realtà: l’educatore da una parte ma necessariamente il soggetto che si presta a farsi rieducare dall’altra.
Non sono molti ad oggi i casi di criminali acclarati, accusati di infami delitti, oggetto di condanne definitive, che hanno prodotto sofferenze inenarrabili, che hanno convintamente deciso ed affermato con i fatti di voler rinnegare il loro passato, di pentirsi per le nefandezze commesse. Costoro non hanno mai messo in atto comportamenti inoppugnabili, trasparenti che dimostrino di voler finalmente emigrare dalla via della illegalità a quella dell’onestà, della giustizia, della retta via, del rispetto della vita umana.
Ed ecco allora che vi presentiamo alcuni racconti e ricostruzioni di fatti crudeli che la Storia ci consegna e che nessuno di noi dovrebbe dimenticare e non solo per la loro tragicità, ma per il rispetto che si deve, a futura memoria, alle vittime innocenti coinvolte, ai loro familiari che porteranno con loro sofferenza e ferite non rimarginabili.
26 giugno 1959// La storia di Anna Prestigiacomo, 15 anni
Anna Prestigiacomo aveva 15 anni quando venne uccisa un pomeriggio d’estate nel giardino di casa sua nel rione San Lorenzo, a Palermo. Era il 26 giugno 1959. Quel pomeriggio Anna stava giocando con la sorellina Rosetta di quattro anni più piccola nel cortiletto antistante la loro casa. Anna fu uccisa probabilmente per vendetta nei confronti del padre ritenuto confidente dei carabinieri.
30 giugno 1963 // Strage di Ciaculli, la storia di Eugenio Altomare, 32 anni, Giorgio Ciacci, Silvio Corrao, Marino Fardelli, 20 anni, Mario Malausa, 24 anni, Pasquale Nuccio, Calogero Vaccaro, 40 anni


La Strage di Ciaculli ebbe luogo nella borgata agricola di Ciaculli a Palermo il 30 giugno 1963. Un’Alfa Romeo Giulietta imbottita di esplosivi uccise il tenente dei carabinieri Mario Malausa, i marescialli Silvio Corrao e Calogero Vaccaro, gli appuntati Eugenio Altomare e Marino Fardelli, il maresciallo dell’esercito Pasquale Nuccio e il soldato Giorgio Ciacci. Negli anni tra il 1962 e il 1963, Palermo era in preda alla prima guerra di mafia che vedeva contrapposti i clan Greco e La Barbera, in lotta per la supremazia nel settore del traffico della droga. Nel primo pomeriggio di quel tragico 30 giugno, una telefonata avvisò i Carabinieri di Palermo della presenza di un’auto sospetta parcheggiata davanti al viale di Villa Serena (Borgata Ciaculli), presso i fondi dei fratelli Salvatore e Giovanni Prestifilippo. La segnalazione appena arrivata fu passata al tenente Mario Malausa, che subito collegò il luogo della segnalazione con l’abitazione di Totò Greco. Così l’ufficiale inviò una pattuglia a piantonare l’automobile, chiedendo anche l’intervento degli artificieri. Giunto sul posto insieme al maresciallo Calogero Vaccaro, Malausa incontrò altri due colleghi, Marino Fardelli ed Eugenio Altomare, e un uomo in borghese, il maresciallo di polizia Silvio Corrao. Poco dopo, giunsero anche gli artificieri Pasquale Nuccio e Giorgio Ciacci. I due artificieri disinnescarono l’ordigno, una bombola di gas posta all’interno della vettura, ignari della presenza di un sistema a doppia carica. La bomba infatti era un’esca e una seconda carica esplosiva, collegata alla porta del portabagagli con un congegno a strappo, era stata attivata dal tenente Mario Malausa che lo aveva aperto. I sette morirono nello scoppio.
14 giugno 1975// La storia di Luisa Fantasia
Luisa Fantasia era sposata con un carabiniere. Originaria di San Severo (FG), si era trasferita con il marito nella periferia milanese per motivi di lavoro. Avevano avuto una figlia, Cinzia. Fu seviziata e uccisa per una vendetta trasversale davanti alla figlia di 18 mesi perché il marito era un agente sotto copertura dell’Arma e stava indagando su una grossa partita di droga gestita dalle ‘ndrine calabresi in Lombardia. Furono celebrati i funerali di Stato e le fu insignita la medaglia al valor civile. Era il 14 giugno 1975.
29 giugno 1982// La storia di Antonino Burrafato, 49 anni
Era vice-brigadiere in servizio presso la Casa Circondariale dei Cavallacci di Termini Imerese. Lavorava presso l’ufficio matricola del penitenziario dove, nel 1982, transitò il boss Leoluca Bagarella che stava tornando a Palermo a causa della morte del padre. A Bagarella però doveva essere notificata una ordinanza di custodia cautelare in carcere e quindi il boss non sarebbe potuto andare a trovare il padre. L’arduo compito toccò al brigadiere Burrafato, uomo che osservava alla lettera il regolamento e che quindi impedì al Bagarella di recarsi al funerale del padre. Dopo un acceso alterco, il boss giurò di vendicarsi, cosa che poi avvenne qualche tempo dopo. Il 29 giugno 1982 era la giornata della partita Italia – Argentina, il vento era afoso e il vice-brigadiere si stava apprestando ad andare a lavoro. Giunto a piazza Sant’Antonio, alle ore 15.30, a poche decine di metri dal carcere, un commando di quattro uomini lo uccise usando esclusivamente armi corte. Il Vice-Brigadiere morì pochi attimi dopo all’ospedale Cimino di Termini Imerese.
26 giugno 1983// La storia di Bruno CacciaTorino, 65 anni
Bruno Caccia iniziò la sua carriera in magistratura nel 1941 nel Palazzo di giustizia torinese. Nel capoluogo piemontese rimase sino al 1964, ricoprendo la carica di Sostituto Procuratore, per poi passare ad Aosta come Procuratore della Repubblica. Nel 1967 Caccia ritornò nelle aule torinesi con l’incarico di sostituto Procuratore della Repubblica. Nominato nel 1980 Procuratore della Repubblica di Torino, si occupò di indagare sulle violenze e i pestaggi che all’epoca puntualmente si verificavano in occasione di ogni sciopero. Il 26 giugno 1983, Bruno Caccia si recò fuori città e tornò a Torino soltanto nella sera. Essendo una domenica, decise di lasciare a riposo la propria scorta, decisione che facilitò il compito ai sicari ‘ndranghetisti. Verso le 23.30, mentre portava da solo a passeggio il proprio cane, Bruno Caccia venne affiancato da una macchina con due uomini a bordo. Questi, senza scendere dall’auto, spararono 14 colpi e, per essere certi della morte del magistrato, lo finirono con 3 colpi di grazia. L’imbeccata giusta per capire le motivazioni della sua morte, arrivò da un mafioso in galera, Francesco Miano, boss della cosca catanese che si era insediata a Torino. Grazie all’intermediazione dei servizi segreti, Miano decise di collaborare per risolvere il caso e raccolse le confidenze dello ‘ndranghetista Domenico Belfiore, uno dei capi della ‘ndrangheta a Torino e anch’egli in galera. Belfiore ammise che era stata la ‘ndrangheta a uccidere Bruno Caccia. Le indagini del magistrato cuneese si rivelarono troppo incisive e troppo dannose per la sopravvivenza della ‘ndrangheta in Piemonte.
14 giugno 2008// La storia di Peppino Basile Ugento, 61 anni
Peppino Basile, 61 anni, era un amministratore pubblico e parte della commissione provinciale Ambiente, impegnato in diverse battaglie politiche, amministrative e ambientali del Masaniello di Ugento. Ucciso con 19 coltellate la notte tra il 14 e il 15 giugno 2008 davanti al cancello della sua abitazione. La Procura di Lecce non ha individuato né esecutori né mandanti dell’assassinio di Peppino. Indagava sulle infiltrazioni delle mafie nella gestione rifiuti, sul pcb, su rifiuti radioattivi dentro la discarica di Burgesi, e su un centro di stoccaggio rifiuti realizzato con soldi pubblici, vandalizzato e mai utilizzato. Un omicidio efferato, che accese i riflettori su Ugento e sui suoi segreti e che scosse l’intero Salento.
Eccoci al termine dello spazio dedicato alla memoria, questa volta vi salutiamo con il consiglio cinematografico del film “La Trattativa” con la regia di Sabina Guzzati, per approfondire il tema delicato della trattativa Stato-mafia. Buona visione e al prossimo mese!