Nel mese di settembre abbiamo pensato di raccontarvi alcune storie di vittime di mafia innocenti, giovani e bambini morti all’improvviso uccise da una mafia meschina, storie di vite spezzate per non dimenticarle, per non dimenticare.

7 settembre 1945// La storia di Angela Talluto, 1 anno

La sera del 7 settembre 1945 a Montelepre, Salvatore Giuliano attentò alla vita del militante socialista Giovanni Spiga, semplicemente per «antagonismo politico, perché, mentre egli era separatista, lo Spiga era un fervente socialista ed esplicava attività politica nel suo partito».
La barbara aggressione contro il militante socialista fu eseguita davanti all’uscio della sua abitazione, mentre si intratteneva con alcuni parenti e vicini di casa. La presenza di persone estranee, tra le quali alcuni bambini, non fece cambiare idea al bandito che, incurante, a distanza di tre o quattro passi aprì il fuoco sui pacifici paesani. Giovanni Spiga venne ferito a una gamba, ma il bilancio dell’aggressione fu alquanto tragico. Rimase uccisa una bambina di un anno, Angela Talluto, mentre rimasero feriti anche in modo grave, il fratellino di Angela, Francesco Talluto, di anni 4, Vincenzo Musso, di anni 11 e sua cognata Giovanna Candela, di anni 46.

26 settembre 1970 // La storia di Gianni Aricò, Annalise Borth, Angelo Casile, Franco Scordo, Luigi Celso

Annalise Borth, Angelo Casile, Franco Scordo, Gianni Aricò, Luigi Lo Celso. Sono passati alla storia come i cinque anarchici del sud, ma erano solo cinque ragazzi tra i 18 e i 26 anni spaventati dal materiale che avevano raccolto e con il quale volevano denunciare la convergenza tra ‘ndrangheta, massoneria e neofascismo. Mentre erano in viaggio dalla Calabria verso Roma, all’altezza di Ferentino restarono vittime di uno strano incidente. I documenti che avevano con loro, e che documentavano il ruolo della ‘ndrangheta e del neofascismo nella rivolta di Reggio e nella strage di Gioia Tauro sul treno Freccia del Sud, non furono mai ritrovati. I due conducenti del tir, che non riportò alcun danno, erano dipendenti di una ditta di proprietà Valerio Junio Borghese. Era il 26 settembre del 1970.

1 settembre 1975 // La storia di Cristina Mazzotti, 18 anni

La sera del 30 giugno 1975 alcuni uomini armati fermarono la Mini Minor su cui Cristina Mazzotti viaggiava con due amici, Carlo ed Emanuela. Rapirono la giovane, figlia di Elios, industriale milanese con casa a Eupilio, nella Brianza comasca. Erano i primi giorni di vacanza, Cristina stava festeggiando la promozione e da soli due giorni aveva compiuto 18 anni. Fu ritrovata morta nella discarica di Varallino di Galliate nel Novarese, il primo settembre dello stesso anno, dopo un atroce e insensata prigionia fatta di stenti e soprusi, di overdose di eccitanti mescolati a

tranquillanti. Il suo rapimento fu uno dei primi a essere riconosciuto di matrice mafiosa, operato dalla ‘ndrangheta.

21 settembre 1982 // la storia di Graziella Maesano, 9 anni e Maria Maesano, 8 anni

Graziella Maesano figlia del boss Maesano di Isola di Capo Rizzuto, di 9 anni si trovava con la cugina Maria di 8 anni nelle campagne vicino a Le Castelle insieme al padre. Senza pietà i killer uccidono il boss e le due bambine in un agguato il 21 settembre 1982.

23 settembre 1983 // La storia di Lia Pipitone, 24 anni

Il 23 settembre 1983 Lia Pipitone, una giovane madre ventiquattrenne, si trova all’interno di una sanitaria all’Arenella, quartiere popolare di Palermo. All’improvviso due uomini nel tentativo di rapinare la cassa, le sparano. Esplodono cinque colpi di pistola. Lia Pipitone, 24 anni, colpita prima alle gambe e poi al torace, non ha scampo. Suo figlio Alessio, che di anni ne ha quattro, resta orfano. Ma non si tratta di una rapina finita male, quegli uomini l’avevano seguita, il loro obiettivo non era la cassa del negozio, ma la giovane madre. Lia è figlia di Antonino Pipitone, boss che conta nella mafia che conta. Quella che si è alleata con i corleonesi di Totò Riina e ha fatto e farà strage dei nemici. Alcuni collaboratori racconteranno che l’ordine di uccidere Lia venne proprio dal padre, alleato di Riina e Provenzano, che non poteva permettere di essere disonorato da una figlia ribelle. Una figlia che aveva deciso di spezzare i suoi legami con la sua famiglia mafiosa, di cui portava il cognome, ma non era una di loro. Uccisa per il suo desiderio di indipendenza e di libertà. Perché aveva deciso di vivere la sua vita e di riempirla d’amore per lei e il figlio.

16 settembre 1994 // La storia di Francesco Aloi, 22 anni

Francesco Aloi scomparve il 16 settembre del 1994. Aveva ventidue anni, era originario di Pizzo ma viveva a Filadelfia, in provincia di Vibo Valentia. Uscì di casa per non tornarvi mai più. La sua Audi venne ritrovata qualche giorno dopo vicino alla stazione di Lamezia, ma nessuno credette a un suo allontanamento volontario. Del ragazzo non si ebbero più notizie fino al febbraio del 1995, quando sulla spiaggia di Calamaio, a Pizzo, un pescatore ritrovò un piede in decomposizione, avvolto da una scarpa da tennis. Il giorno della scomparsa, Francesco indossava scarpe simili, stessa marca e stesso modello. Le analisi del DNA confermarono le supposizioni: il ragazzo era stato ucciso e gettato in mare e, a distanza di mesi, la corrente aveva restituito il suo piede.

18 settembre 2008 // La storia di El Hadji Ababa, 26 anni; Cristopher Adams, 28 anni; Alex Jeemes, 28 anni; Kwame Antwi Julius Francis, 31 anni; Samuel Kwaku, 26 anni; Eric Affum Yeboah, 25 anni

Il 18 settembre del 2008 ebbe luogo la cosiddetta Strage di Castelvolturno, causata da un gruppo scissionista del Clan dei Casalesi che faceva riferimento a Giuseppe Setola. La strage ha portato alla morte di Antonio Celiento, un pregiudicato affiliato ai casalesi e titolare di una sala giochi a Baia Verde, e di sei giovani africani, vittime innocenti della strage: Kwame Antwi Julius Francis, Eric Affum Yeboa, Christopher Adams del Ghana, El Hadji Ababa e Samuel Kwaku del Togo; Alex Jeemes della Liberia. I sei si trovavano presso la sartoria Ob Ob exotic fashions a Varcaturo. Dagli accertamenti effettuati dagli inquirenti, successivamente alla strage, è emerso che nessuno di loro (tutti giovanissimi, il più “anziano” aveva poco più di 30 anni), era coinvolto in attività di tipo criminale e che nessuno di loro era legato alla camorra locale né alla cosiddetta “mafia nigeriana”.

20 settembre 2009 // La storia di Domenico (Dodò) Gabriele, 11 anni

Un bambino vivace, innamorato del calcio, appassionato della scuola che lo ricambiava con i 10 in pagella. Domenico Gabriele, detto Dodò, aveva 11 anni, tifava per la Juventus, il suo idolo era Del Piero. Tanti progetti, tante speranze. Ma cosa avrebbe voluto fare nella vita non si saprà mai. Gli hanno spezzato le ali troppo presto. È morto per sbaglio. Se per sbaglio si può morire, su un campo di calcetto in contrada Margherita periferia nord di Crotone, vittima innocente di un regolamento di conti tra ‘ndrine. Obiettivo dei killer era Gabriele Marrazzo, emergente della mala locale.

Questo mese vi consigliamo la visione del film di Marco Tullio Giordana “Il coraggio della libertà”

È una storia terribile quella di Lea Garofalo, ma è anche una storia di coraggio estremo, un esempio solare, potente, di capacità di rompere con il male, di lottare contro il ciclo di morte che ogni potere mafioso costruisce. È una vicenda di cui è necessario, doveroso, tenere viva la memoria, e per farlo si può partire da un film, un film per la tv, un film asciutto, tirato, pregevole, dove il commento musicale è quasi azzerato, così come ogni forma di lievito cinematografico, perché la storia è talmente parlante, talmente comunica da sé, nel suo essere dolorosa, tragica, che l’unico lavoro da fare – unico tra virgolette – diciamo il dovere principale del regista, era quello di restituire la forza dei fatti.