Cari lettori della newsletter di Libera, siamo arrivati al penultimo mese di questo incerto 2021 con la rubrica dedicata alle numerose vittime innocenti di mafia, assassinate dalla bieca e brutale mano criminale. Nella tradizione cristiana, il secondo giorno del mese di novembre si ricordano i propri cari defunti. Ma noi vogliamo non solo ricordarli ma anche raccontarvi alcune delle loro storie, le vite di tante donne, di tanti ragazzi e ragazze, giovani e meno giovani, che avevano scelto la strada dell’onestà, della legalità, non morti per una malattia improvvisa, per un destino determinato dalla sorte, ma uccise dalla volontà omicida di criminali senza pietà, senza umanità, senza il rispetto della vita umana. Allo stesso tempo vogliamo ribadire quanto falso e fuorviante sia stato ed è ancora oggi lo stereotipo che vorrebbe attribuire alle mafie “Noi non tocchiamo né donne né bambini”.

28 novembre 1946 // La storia di Giuditta Levato, 31 anni

Giuditta Levato, contadina, madre di due figli, fu uccisa a Calabricata, in provincia di Catanzaro durante una manifestazione sindacale. Il 28 novembre 1946, Giuditta si unì a un gruppo di persone che si scontrò con Pietro Mazza, latifondista del luogo. La contesa era stata causata da una mandria di buoi che Mazza aveva lasciato pascolare nei campi assegnati ai contadini, impedendone quindi la coltivazione. Durante la protesta, in circostanze mai del tutto chiarite, dal fucile di una persona al servizio del latifondista partì un colpo, che raggiunse la donna all’addome. Fu trasportata prima a casa e subito dopo in ospedale, ma inutilmente. Morì all’età di 31 anni, mentre era incinta di sette mesi del suo terzo figlio.

9 novembre 1978 // La storia di Paolo Giorgietti, 16 anni

Studente di 16 anni e figlio di Luigi Giorgetti, uno dei più noti industriali mobilieri della Brianza venne rapito e ucciso il 9 novembre 1978. Il giovane Paolo, stava andando a scuola a piedi al liceo scientifico “Marie Curie”, quando all’improvviso venne aggredito da tre uomini. Inutile il tentativo di difendersi scagliando i libri contro di loro. Immobilizzato, era stato colpito alla testa per stordirlo: in realtà quel colpo l’aveva ucciso. Caricato di corsa su una Fiat 128 sotto gli occhi di un macchinista delle Ferrovie Nord che, giunto in stazione, aveva dato invano l’allarme chiamando i Carabinieri. Il corpo di Giorgetti è stato poi ritrovato carbonizzato pochi giorni più tardi a bordo di un’auto in fiamme a Cesate nel Parco delle Groane.

 12 novembre 1983 // La storia di Domenico Cannatà, 11 anni

Undici anni ucciso insieme a Serafino Trifarò, 14 anni in un agguato a San Ferdinando, centro agricolo della Piana di Gioia Tauro, la sera del 4 novembre 1983. I due sono rimasti coinvolti in una sparatoria avvenuta davanti a un locale. Secondo la ricostruzione della sparatoria, l’obiettivo dei sicari, i quali hanno sparato da una macchina in corsa numerosi colpi di pistola e di fucile da caccia caricato a pallettoni, era il padre del piccolo Domenico Cannatà, Vincenzo, di 39 anni, pregiudicato, schedato come mafioso. Vincenzo si trovava accanto al figlio e al ragazzo Serafino Trifarò. I due ragazzi sono stati colpiti al petto e alla testa da numerosi pallettoni e la loro morte è stata istantanea. Vincenzo Cannatà ha cercato di soccorrere il figlio e lo ha accompagnato egli stesso nell’ospedale di Gioia Tauro, dal quale poi si è allontanato facendo perdere le sue tracce.

25 novembre 1985 // La storia di Giuditta Milella, 17 anni e di Biagio Siciliano, 14 anni

Biagio Siciliano e Giuditta Milella erano due studenti del liceo classico di Palermo “G. Meli”. Biagio aveva 14 anni, Giuditta 17. Il 25 novembre del 1985 un’auto dei carabinieri di scorta ai giudici Borsellino e Guarnotta, per evitare una macchina che le stava tagliando la strada, piombò su un gruppo di studenti del liceo Meli che aspettavano l’autobus. I due ragazzi morirono sul colpo.

18 novembre 1994 // La storia di Carmelo Magli, 24 anni

È un ragazzo di appena 24 anni quando, la notte del 18 novembre, viene trucidato da un commando di killer che, a distanza ravvicinata, gli esplodono numerosi colpi di mitraglietta, ponendo così fine alla sua giovane vita. Gli assassini non avevano scelto nome e cognome della loro vittima, aspettavano semplicemente il primo agente di Polizia Penitenziaria che sarebbe uscito dall’istituto al termine del servizio, alle ore 24.00. La vita di Carmelo non è mai stata ritenuta in pericolo. Non svolgeva servizi particolari all’interno dell’istituto tali da esporsi a rischi. Non erano stati mai registrati episodi critici che lo avessero coinvolto nel rapporto con i detenuti, né aveva mai ricevuto strani segnali o era stato fatto oggetto di minacce capaci di far presagire simili eventi. La morte di Carmelo si identifica quindi nell’atto di forza di un gruppo malavitoso, che sceglie la “morte” come monito, che si pone il fine di “ammorbidire” gli atteggiamenti degli agenti nei confronti di alcuni detenuti dell’istituto di Taranto, molti dei quali appartenenti a “importanti” cosche mafiose pugliesi e calabresi. Carmelo faceva il pendolare, ogni giorno si spostava dal suo paese, Francavilla Fontana, per raggiungere Taranto nel cui carcere prestava servizio.

19 novembre 2001 // La storia di Maria Grazia Cutuli, 39 anni

Maria Grazia Cutuli, era un’inviata del Corriere della Sera. Laureatasi in Filosofia a Catania, sua città natale, si trasferì poi a Milano, dove lavorò per varie testate giornalistiche. Collaborava con l’UNHCR, l’agenzia dell’ONU che si occupa di rifugiati. Fu inviata dal giornale in Afghanistan dopo gli attentati alle Torri gemelle di New York. Assassinata il 19 novembre 2001 sulla strada tra Jalalabad e Kabul insieme all’inviato di El mundo Julio Fuentes e a due corrispondenti dell’agenzia Reuter, l’australiano Harry Burton e l’afghano Azizullah Haidari. Quello stesso giorno il Corriere della Sera pubblicava un suo articolo dal titolo “Un deposito di gas nervino nella base di Osama”. I genitori di Maria Grazia si dichiarano contrari all’esecuzione capitale di uno dei responsabili individuati e processati.

6 novembre 2004 // La storia di Antonio Landieri, 25 anni

Antonio nacque nel quartiere napoletano di Scampia il 26 giugno del 1979. A causa di complicazioni dovute al parto, venne colpito da una paralisi infantile che gli procurerà numerose difficoltà motorie. Crebbe a Scampia in serenità, frequentando le scuole del quartiere. Il 6 novembre del 2004 venne ucciso dalla camorra, con due proiettili alla schiena in un agguato ai Sette Palazzi, rione in cui abitava e scenario della Faida di Scampia. È la prima persona con disabilità, vittima innocente, ucciso dai clan. Fu scambiato, insieme ai suoi 5 amici, per un gruppo di spacciatori del rione. I suoi compagni sono stati tutti feriti alle gambe, a causa della sua difficoltà motoria è stato l’unico a non poter scappare e per tale ragione è stato raggiunto dal fuoco dei clan.

21 novembre 2004 // La storia di Gelsomina Verde, 22 anni

Giovane ragazza di 22 anni, impegnata con passione in attività di volontariato nel suo quartiere di Scampia, a Napoli. Fu torturata e uccisa, il suo corpo bruciato. Era il 21 novembre del 2004. Gelsomina era del tutto estranea alle logiche della camorra. Giovane operaia, aveva avuto soltanto tempo prima una relazione con un ragazzo appartenete al clan degli Scissionisti. Probabilmente è morta perché i killer volevano sapere dove si nascondeva Vincenzo Notturno, l’uomo che aveva frequentato, appartenente al clan rivale. Una delle tante vittime della faida tra i Di Lauro e gli scissionisti di Scampia.

24 novembre 2009 // La storia di Lea Garofalo, 35 anni

Lea Garofalo era nata a Petilia Policastro nel 1974. Nel 2002 fu sottoposta a protezione perché aveva deciso di diventare una testimone di giustizia, raccontando delle faide interne tra la sua famiglia e quella del suo ex compagno, Carlo Cosco. Basandosi sulle rivelazioni di Lea Garofalo, il 7 maggio 1996 le forze dell’ordine effettuarono un blitz in via Montello a Milano, arrestando anche Floriano Garofalo, fratello di Lea, boss di Petilia che fu poi assassinato in un agguato nella frazione Pagliarelle di Petilia Policastro, l’8 giugno 2005. Dopo alterne vicende legate al programma di protezione, nell’aprile del 2009 Lea decise di rinunciare a ogni tutela e di tornare a Petilia Policastro, per poi trasferirsi di nuovo a Campobasso in una casa che le aveva trovato proprio l’ex compagno Carlo Cosco. Il 5 maggio del 2009 la donna riuscì a sfuggire a un agguato. Nel mese di novembre del 2009 Carlo Cosco decise di portare a compimento il suo piano. Così attirò l’ex compagna in via Montello con la scusa di parlare del futuro della loro figlia Denise. Alcune telecamere inquadrarono madre e figlia nelle ore del pomeriggio lungo i viali che costeggiano il cimitero Monumentale: sono gli ultimi fotogrammi prima della scomparsa definitiva di Lea. La donna fu rapita e consegnata a Vito e Giuseppe Cosco, i quali la torturarono per ore per farla parlare e poi la uccisero. Il corpo venne portato in un terreno nella frazione di San Fruttuoso (Monza) dove venne bruciato in un barile d’acciaio.

 Questo mese vi suggeriamo di vedere un film su Ray Play: L’Oro di Scampia con la regia di Marco Pontecorvo. Tra gli interpreti: Beppe Fiorello, Anna Foglietta, Nello Mascia. “A Scampia la camorra inghiotte tutto, assoldando i ragazzi sin dalla più giovane età per farne vedette, corrieri della droga o sicari.

Qui si trova la palestra di Enzo Capuano, dove insegna judo ai ragazzi del quartiere, strappandoli alla strada.”

Un documento esemplare di Memoria ed impegno, Buona visione.