Questo il titolo, volutamente provocatorio, dell’incontro online organizzato dal Presidio Nicholas Green lo scorso 18 giugno: un appuntamento dedicato al razzismo, in particolare al razzismo nel linguaggio. Si tratta, in linea generale, di una questione di urgente attualità, che richiede, oltre a interventi legislativi mirati ed efficaci, un’educazione altrettanto all’altezza, verso i giovani e non solo. Lo specifico focus del linguaggio è stato da noi fortemente voluto in quanto tema che riguarda anche e soprattutto chi intende dare una narrazione consapevolmente antirazzista del fenomeno migratorio e della società multietnica contemporanea. Infatti, le parole razziste ed il loro uso, dai grandi circuiti dei media al nostro quotidiano, creano i presupposti delle pratiche razziste. L’evento è caduto nella settimana della Giornata Internazionale del Rifugiato (20 giugno), e ha avuto l’obiettivo di portare un ulteriore contributo al tema dei diritti di chi vive sulla propria pelle il razzismo in Italia e nel Tigullio.

Dall’incontro è scaturito un dialogo a più voci. Sono stati nostri ospiti la giornalista del Secolo XIX Paola Pastorelli, l’attore, scrittore e regista genovese Giorgio Scaramuzzino, il mediatore culturale Jean Paul Shemeza, Nathasha Fernando e Maria Catena Mancuso, due delle co-autrici di “Sulla Razza”, un innovativo podcast che periodicamente traduce in italiano termini ed espressioni della cultura angloamericana relative alla questione razziale, contestualizzandole nella società italiana.

Ci è parso efficace partire proprio da “Sulla Razza” per introdurre la riflessione sull’importanza delle parole, su quanto il loro uso e non uso incida sulla rappresentazione della realtà, che non è un dato di natura, ma riflette precise scelte e modelli dominanti in un determinato momento storico. Ecco allora che Natasha Fernando, Maria Catena Mancuso e Nadeesha Uyangoda, nel loro lavoro di traduzione delle parole e di spiegazione dei concetti cui esse rimandano, non possono fare a meno di inquadrare la lingua nell’epoca storica nella quale è nata e nei successivi contesti in cui da convenzione è tramutata in strumento di democrazia, o viceversa di giudizio, esclusione e discriminazione. Questi rischi si nascondono anche nel mancato utilizzo di una parola, perché in questo modo si mette in ombra, fino a negare, fatti, cause, caratteristiche, identità, abitudini, e persino l’esistenza degli stessi individui. Se è vero che “i limiti del nostro linguaggio sono i limiti del nostro mondo”, sulla questione razziale i limiti sono stati e sono tuttora posti dalla maggioranza bianca. Un predominio che, come abbiamo detto, dalla lingua passa a tutti i settori della società. In Italia spesso mancano i termini giusti per definire le minoranze etniche presenti nel nostro Paese, e tale mancanza determina una condizione di indifferenza e ignoranza non esente da responsabilità.

Mancano i termini giusti, ma abbondano quelli fuorvianti, manipolatori, se non irrispettosi e offensivi. Ce lo ricorda Giorgio Scaramuzzino, che dal mondo del teatro sottolinea l’enorme potenza della parola, specie rivolgendosi ai ragazzi, ai quali oggi ben prima delle parole arrivano le immagini: “le parole pesano come pietre” dice Giorgio, come diceva Carlo Levi, insieme a Danilo Dolci, più di sessant’anni fa. E pesano davvero molto, anche se le usiamo senza farci caso. Scaramuzzino cita due esempi tra i tanti: “clandestino” e “straniero”. Entrambe abusate da politici e giornalisti, due categorie che più di ogni altro hanno un ruolo fondamentale nella costruzione del linguaggio.

Paola Pastorelli, da giornalista, ha raccolto con piacere il testimone, sentendosi in dovere di ammettere che il mondo dell’informazione spesso “pare” dimenticare il potere delle parole, quanto le parole svelano di noi, di come vediamo il mondo e vogliamo che esso sia, nel bene e nel male. Di fronte ad un uso scorretto e fuorviante dei termini, l’Ordine dei Giornalisti ha l’importante compito di tutelare il lettore e di garantire il rispetto della dignità e dei diritti su cui si basa l’ordinamento giuridico italiano, disegnato nella Costituzione.

Ispirandoci nel concreto alle autrici del podcast “Sulla Razza”, anche noi del Green abbiamo chiamato nella conversazione la testimonianza di chi, da esponente di una minoranza etnica, ha subito gli effetti dannosi delle parole sbagliate o usate male, talvolta con vera e propria volontà di ferire e quindi portatrici di violenza. Jean Paul Shemeza è un italiano originario del Ruanda, dove le parole furono usate come armi durante la guerra civile contro i Tutsi. Da educatore, Jean Paul testimonia come in Italia, in effetti, manchino le parole giuste e vi sia una diffusa ignoranza e superficialità sia su chi sia veramente chi definiamo “straniero”, sia su cosa significhi sentirsi italiano.

Di fronte a problematiche come questa, il discorso non si esaurisce mai. Più che fornire certezze, l’approccio migliore per relazionarsi con l’altro è essere curiosi, disposti a conoscere, prima che rispettare, le esigenze altrui e porci domande, soprattutto quelle di più difficile risposta. E allora incominciamo: quando nasce il termine “razza”? In italiano c’è il corrispondente dell’inglese “brown”? E di colourism? Cos’è il razzismo interiorizzato? A cosa allude “tokenismo”? Cosa pensate della cd. cancel culture? Possiamo avvicinarci a questi termini e concetti vedendo o rivedendo l’incontro, disponibile sul canale YouTube di Presidio. Oltre che naturalmente ascoltando il podcast sul sito https://www.sullarazza.it/. E ponete le vostre domande!

Per ora ci lasciamo con queste giuste parole di Marco Aime, antropologo culturale, scrittore e docente all’Università di Genova : “Se la razza è stata messa alla porta dalla scienza, il razzismo no”.