Un percorso di emancipazione e svincolo dagli schemi e dalla schiavitù della cultura mafiosa: questo è il progetto Liberi di scegliere che don Giorgio de Checchi, grazie a Libera Savona, ha raccontato a 500 ragazzi delle scuole superiori del territorio, lo scorso 20 novembre. Don Giorgio, sacerdote della diocesi di Padova, membro del collegio dei Garanti di Libera, la sera de 19 ha raccontato la sua esperienza anche alla cena solidale, al circolo Arci SMS Cantagalletto.

“La donna nelle organizzazioni criminali – ha esordito don Giorgio – è spesso vista come una figura di secondo piano, sottomesse al volere del boss e degli uomini di famiglia, in un sistema maschilista. In realtà fa spesso le veci del marito latitante o in carcere, come testimoniano le indagini. Oggi parliamo di storie di coraggio, speranza e futuro; parole difficili nel mondo mafioso, perché chi cresce in questo contesto ha come sole alternative diventare boss, se figlio di boss, finire in carcere, o morto ammazzato. Oggi il progetto Liberi di scegliere riporta speranza e futuro in queste famiglie, grazie alle donne, alle madri che scelgono di portare via i figli da famiglie di ‘ndrangheta”. Il progetto è promosso da Libera, che sceglie di essere contro le mafie anche attraverso progetti giustizia civile, educazione, memoria.

“Liberi di scegliere – ha proseguito don Giorgio – permette di condividere una speranza, l’idea di un paese differente, partendo da azioni concrete. Ciascuno di voi coltiva, tra gli altri, il desiderio di avere relazioni di fiducia, poter contare su chi ci è intorno, potersi dire persona dire di parola, anche se abbiamo sperimentato la delusione. La ‘ndrangheta (il progetto ha preso avvio dalla Calabria) ha una forza particolare, che altre organizzazioni criminali non hanno, quella della famiglia. I legami familiari rafforzano la struttura, con segnali che preoccupano: oggi ogni movimento significativo di cocaina in Europa ha il consenso della ‘ndrangheta, che è considerata affidabile da chi produce e spaccia droga. Proprio in questa struttura tradizionalmente così solida, impenetrabile, inizia ad accadere qualcosa. Esistono, in Italia, due realtà di protezione testimoni nel nostro paese, il collaboratore di giustizia, il cosiddetto pentito, e il testimone di giustizia. Entrambe le condizioni danno diritto alla protezione, con cambio di generalità e possibilità di iniziare un’altra vita. Queste figure per la ‘ndrangheta sono pressoché inesistenti. Numero basso di pentiti, pochi di più i testimoni di giustizia. Però c’è una novità: alcune donne mettono in discussione la necessità di rimanere in quel contesto. Dopo il carcere, uscendo, si chiedono perché continuare a fare quella vita, oppure comprendono di non desiderare, per i figli, la stessa vita dei padri.  Nella ‘ndrangheta le donne hanno un valore enorme, come pure nella mafia pugliese. Sono coloro che trasmettono i germi della mafiosità e del vendicarsi del male ricevuto. Non hanno la pistola in mano per uccidere, ma mantengono unita la famiglia, qualsiasi attività essa compia”.

Nel video proposto due donne, Rita e Daniela, raccontano la propria vita: il controllo totale che subivano, il tentativo di sottrazione dei figli, la consapevolezza di dover fuggire pur senza aver commesso qualcosa di male. “Chiedo solo di vivere – dice una di loro – per me e per i miei figli” e ancora “Facciamolo per noi, come dignità di donne”.

Libera mette a disposizione una rete di realtà disponibili ad aiutare e supportare le donne che scelgono di rifiutare quel sistema. Il presidente del Tribunale dei Minori di Reggio Calabria, Roberto Di Bella, a partire dal carcere minorile, ha pensato di costruire per i ragazzi coinvolti in reati di mafia una rete relazionale, con riferimenti diversi. In un altro territorio, potrebbero questi ragazzi avere un destino diverso? Oltre a sanzionare i reati commessi, serve promuovere la possibilità di altre scelte di vita. Il primo protocollo di intesa è quindi stato stilato tra Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio, Tribunale per i Minorenni, Procura per i Minorenni e Procura Distrettuale di Reggio Calabria, Procura Nazionale Antimafia e Libera ed è sostenuto dalla Conferenza Episcopale Italiana. Lo scorso 5 novembre, ad un anno e mezzo dal primo, si sono aggiunti al nuovo protocollo anche il Ministero dell’Educazione e quello della Giustizia.

“Il percorso – prosegue don Giorgio – dura tre anni circa.  Stiamo aiutando ragazzi e adulti, anche con un percorso di cittadinanza, perché possano passare da una cultura di stampo mafioso a una della cittadinanza e della responsabilità, con diritti e doveri e modalità differenti da quelle in cui sono nati; il desiderio si scontra con la fatica di vivere la propria vita in modo responsabile. E la fatica aumenta per persone che hanno esperienza segnata da una certa cultura. Libera accoglie queste persone, le inserisce progressivamente nel territorio, offre relazioni di amicizia e fiducia, in un ambiente dalla cultura differente. Già è faticoso cambiare per scelta, per giunta senza avere contatti con le persone più care, anche se la relazione era difficile. Trovarsi soli è peggio, a volte è volte umiliante, desolante. Libera aiuta a creare il contesto di accoglienza, mentre lo Stato semplifica trasferimento di alcune competenze, come l’inserimento nel sistema socio-sanitario e di istruzione”.

E questo non può accadere secondo una formula standard: “Seguiamo al momento una trentina di situazioni, 80 persone circa, per lo più minori e qualche madre di famiglia. Ogni nucleo fa storia a sé, diverse sono le esperienze, il background, le età, avere vissuto il carcere o no: numerosi e differenti presupposti per il desiderio di cambiamento, ma con un vissuto da rimettere in sesto. Per questo c’è necessità di attenzioni differenti, ci sono equipe di volontari che accolgono i bimbi, alcuni con la madre ancora in carcere, ci sono comunità a cui sono affidati gli adolescenti affidati alle comunità. A volte non c’è una scelta consapevole delle persone, ma lo stato decide per questa via. Si tratta di dare fiducia alle persone, senza un tornaconto immediato personale, sperando possano un giorno decidere liberamente della loro vita, scegliere relazioni di fiducia e non di interesse o timore e sono dinamiche difficili per chi esce da un mondo mafioso. Per combattere le mafie è importante reprimere, ma è necessario coltivare la vita, la speranza, la possibilità di libertà per ciascuno, per immaginare un paese segnato dalla volontà di essere differenti”.

Dopo le domande dei ragazzi, don Giorgio ha proposto un altro video, l’intervista ad Alfonso Gallico, figlio di un boss, che grazie alle esperienze positive in carcere, la possibilità di leggere, studiare, di diventare consapevole di sé, è arrivato ad affermare: “Nel libro della mia vita voglio scrivere parole dolci e umili”: finalmente vede un futuro differente da quello che ha segnato la sua vita fino a quel momento.

“Troppe persone – ancora la voce di don Giorgio – vivono sequestrate dalla mafia, non letteralmente, sotto chiave, ma senza la possibilità di scegliere la vita, il futuro. Persone che sanno che andranno in carcere, che non avranno a lungo la libertà, che percepiscono il destino come ineluttabile. Le donne hanno come obiettivo quello di ricominciare, non di vendicarsi. A volte c’è anche il pericolo di vita, vivono nascoste.  Hanno bisogno di accompagnamento, sono persone fragili, hanno una grande idealità, ma non hanno una struttura emotiva e psicoaffettiva capace di reggere da sola le fatiche, i primi smacchi. E qui interviene anche la formazione dei volontari, che devono muoversi con grande delicatezza, non per condizionare, ma per dare possibilità che non hanno mai avuto, su quello che è specifico del loro essere. Ci sono persone mai andate al cinema, a teatro, che non hanno mai letto un libro, incapaci di gestire il tempo libero senza ordini dall’alto. La loro vita vale a prescindere: la molla della decisone è spesso quella di essere madre, ma queste donne imparano il proprio valore in quanto donne, con una identità, come individui, e la maternità è ancora più ricca se si accompagna alla consapevolezza di sé”.

“Ci auguriamo – ha concluso don Giorgio – di essere per primi consapevoli della nostra vita, di esercitare la nostra libertà, di fare scelte che hanno come conseguenza delle responsabilità. Abbiamo il grande dono di poter scegliere, nonostante la fatica, in fondo possiamo scegliere di fare della nostra vita qualcosa di buono, e chi ci aiuta lo troviamo sempre. Per essere persone che si sentono dire ‘mi fido di te!’”

Mariapia Cavani