Che cos’è il bullismo? E il cyber-bullismo? Che differenza c’è tra conflitto, oppressione e violenza? E tra potere e responsabilità? Cosa significa empatia? Ma soprattutto, come mi sento?

Queste sono solo alcune delle domande che ci siamo poste insieme ai ragazzi delle classi prime dell’Istituto Gastaldi-Abba di Genova, durante i laboratori svolti nell’anno scolastico 2019/2020, all’interno del progetto Liberi di Crescere.

Un setting di sedie in cerchio accoglie le ragazze e i ragazzi nell’aula magna: una disposizione che mette tutti allo stesso livello, che facilita la comunicazione e l’ascolto alla pari, un luogo di emersione collettiva dove può circolare la fiducia, dove non ci sono maestri in cattedra.

Abbiamo infatti deciso di non portare “soluzioni” ai problemi ma solo domande.

Le risposte si troveranno insieme in base alla condivisione di pensieri, sensazioni ed esperienze, in base alla generosità nell’offrire a esempio le proprie storie, e alla generosità nel cercare insieme nuove vie, non di reazione bensì di risposta agli eventi.

Il laboratorio alterna momenti di discussione in cerchio a momenti esperienziali: giochi teatrali e motori che inizialmente servono a rompere il ghiaccio e poi piano piano vanno sempre più in profondità, aiutando la classe a vivere esperienze su cui si possa poi immediatamente riflettere, confrontarsi e discutere insieme.

Si dedica un tempo alle emozioni, si indagano e sviscerano a lungo, si impara un vocabolario comune per poterle conoscere e riconoscere, per imparare a ascoltarne i messaggi nel corpo, per rispettarci e farci rispettare.

Nel cerchio c’è spazio, ascolto. Noi facilitatrici “guidiamo” il processo in base a uno schema creato in fase di progettazione, ma ci facciamo anche guidare dai bisogni che emergono volta per volta, siamo elastiche nell’improvvisare e riadattare. Perché ogni gruppo classe è un organismo a sé con dinamiche completamente differenti che chiamano la nostra attenzione. E’ molto interessante veder emergere le personalità di ognun*, osservare con curiosità e accoglienza il momento in cui anche i più fragili si schiudono, trovano il coraggio e l’humus adatto per sbocciare e condividere.

E’ questo, ad esempio, il caso di Y.

Ragazzina di origine araba, timida e silenziosa, molto empatica e profonda, con un corpo che esula dai moderni canoni di bellezza e per il quale è oggetto di scherno da parte dei compagni più carismatici. E’ spesso malinconica e sfiduciata.

Nel corso degli incontri (tre appuntamenti intensivi da tre ore l’uno) l’abbiamo vista emergere piano piano: condividere inizialmente una parola, poi sostenere il suo pensiero nel cerchio di discussione collettiva, fino a esporsi con tutta la sua fisicità durante l’improvvisazione teatrale finale, nel ruolo della dirigente scolastica che invita i “bulli” a riflettere e ad assumersi le proprie responsabilità.

Ecco la sua condivisione (con gli occhi che brillano) durante il cerchio della parola conclusivo:

“Sinceramente non penso che la realtà della nostra classe cambierà dopo questo laboratorio, le dinamiche resteranno le stesse, chi è bullo continuerà ad esserlo. Ma io mi sono divertita! Di solito sono timida, non mi espongo ma qui ho trovato il coraggio di esprimermi e di intervenire, ed è stato bello perché mi sono sentita ascoltata.”

Ecco, celebro la mia soddisfazione perché credo che nella lucida e disincantata sincerità di questa risposta ci sia una grandissima conquista: la conferma che siamo riuscite a co-creare insieme alle ragazze e ai ragazzi uno spazio di ascolto ed espressione, di rispetto,  sperimentazione e riflessione, all’interno della scuola ma fuori dagli schemi scolastici noti, giocando e divertendoci ma anche andando in profondità, sciogliendo l’abitudine infantilizzante di ricevere soluzioni calate dall’alto per imparare che ogni trasformazione è possibile solo prendendosi la responsabilità del proprio agire, dal personale al collettivo.

Valentina Tricerri